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Conoscere significa essere liberi di fare delle scelte

Per ellevuelle architetti, il progetto prende forma attraverso la conoscenza concreta dei materiali, il confronto con il territorio e il dialogo con chi sa lavorarli. Una cultura del costruire che non guarda al passato con nostalgia, ma cerca nel sapere artigiano una risorsa per interpretare il presente e immaginare nuove possibilità.

Che ruolo ha oggi il sapere artigiano nella costruzione di un progetto di architettura?

Nel nostro percorso, operare in un territorio dalla forte identità materica come la Romagna ci ha insegnato che la conoscenza dell’artigiano non è una semplice esecuzione tecnica, né un recupero nostalgico del passato: è un vero e proprio collega del pensiero architettonico.
A nostro avviso, l’architettura deve sfuggire all’omologazione industriale e all’astrazione digitale. La mano e l’occhio dell’artigiano riportano il progetto alla sua scala umana, diremmo quasi alla sua sincerità. L’artigiano porta in cantiere un’intelligenza empirica, fatta di sensibilità per le caratteristiche e i limiti dei materiali, per la loro reazione alla luce e alle variazioni climatiche.
Più che un tramite, l’artigianato agisce come un “filtro di realtà”: trasforma un’idea geometrica pura (l’assonometria di un mobile, il prospetto di una cancellata, l’imbotte di una finestra) in uno spazio vivo, misurato e duraturo.

Esiste ancora una cultura del costruire?

Sì, ma si trova in una fase di profonda mutazione. La cultura del costruire originaria, fondata sulla continuità dei gesti, sul radicamento locale e sull’ascolto del luogo, rischia di essere sopraffatta dall’iperspecializzazione e dalla rapidità dei processi edilizi contemporanei.
Pensiamo, in particolare, alle tecniche di assemblaggio di elementi standardizzati: una stratificazione di prodotti da catalogo o da capitolato. La cultura del costruire, però, sopravvive e si manifesta là dove si riesce a recuperare una buona complicità tra progettisti e maestranze.
Costruire significa conoscere fisicamente e criticamente la materia e interpretarla in funzione di uno spazio e della sua memoria. Esiste ancora un’importante attività quotidiana, fatta di studi e laboratori d’eccellenza che scelgono la strada del rigore materico e cercano risposte specifiche per ogni cantiere e per ogni necessità.

serra PI, ellevuelle, © Alvise Raimondi

Che cosa può insegnare il legno all’architettura?

Il legno insegna la cultura del limite, della pazienza e della continuità temporale. A differenza di materiali apparentemente immutabili, come la pietra, il calcestruzzo e il laterizio, dichiara la propria natura viva: si muove, respira, cambia tonalità con la luce del sole, accoglie i segni del tempo e insegna il rigore del dettaglio.
Nel nostro intervento per il controsoffitto e le pareti della serra PI a Tredozio (FC), la scansione e la tessitura delle assi di rovere massello non servono soltanto a definire un’atmosfera acustica e visiva. Scandiscono la luce e trasformano l’interno in un filtro continuo tra architettura e paesaggio collinare. In questo caso, il legno insegna la penombra, calibrando il rapporto tra luce e ombra.
Nella SPA e nella sala polivalente a servizio dell’Agriturismo di Corte San Ruffillo, a Dovadola (FC), il legno contribuisce invece a instaurare un dialogo tra nuovo e antico. Per la copertura del nuovo edificio viene ripreso il tema del cassettonato presente nei solai della vicina canonica medievale. Il suo impiego introduce una nota di calore, misura e signorilità domestica.
Anche nel soffitto dell’ampliamento di casa EffeVu a Modigliana (FC) abbiamo riproposto le travi in castagno massello, reinterpretandole in chiave contemporanea attraverso una sezione più squadrata e un interasse più fitto. La scelta risponde alla volontà di mantenere una coerenza con i sistemi costruttivi dell’abitazione esistente, caratterizzata da solai in legno e da un tetto a capriate.

Corte San Ruffillo, ellevuelle, © Alvise Raimondi

Esiste un momento in cui è la materia a guidare il progetto?

Decisamente sì. È il momento più fertile e, se vogliamo, divertente dell’intero processo creativo: accade quando smettiamo di imporre una forma astratta e iniziamo ad assecondare la vocazione strutturale ed espressiva del materiale.
Il legno, con le sue venature, le campate massime, i nodi e le esigenze di incastro, impone delle regole. Quando affrontiamo il dettaglio (come la giunzione tra due pannelli o la sottigliezza di una doga di finitura) è la natura stessa della materia a suggerire la soluzione grafica e costruttiva.
Il progettista guida quasi una forza che il materiale possiede intrinsecamente. Accettare che sia la materia a dettare il passo significa comprenderne la composizione ed esaltarne la naturalezza delle forme.

Quale sapere artigiano stiamo via via perdendo e invece sarebbe indispensabile tramandare alle generazioni future?

Il processo di progettazione non è lineare, e tanto meno lo è quello di costruzione. La digitalizzazione ci abitua a un mondo virtuale a «tolleranza zero», mentre il cantiere reale vive di correzioni, aggiustamenti e capacità di risolvere direttamente sul posto i dettagli imprevisti.
Far combaciare materiali diversi, accettando l’imperfezione e la dilatazione della materia reale, è una delle sfide più importanti.
Forse stiamo perdendo la capacità di definire le soglie come ambiti, di creare giunti, di gestire le tolleranze e di risolvere i dettagli dei bordi delle superfici.
La strada che pensiamo si debba percorrere è quella della conoscenza: conoscere è, in fondo, essere liberi, liberi quindi di fare delle scelte.
Significa sapere come stagiona un’essenza di legno, come reagisce una malta, come si comporta la pietra sbozzata. Significa essere capaci di leggere la singolarità di ogni progetto senza applicare schemi industriali.
Tramandare questo sapere non significa rifiutare l’innovazione o i software avanzati, ma integrare la precisione della macchina con il giudizio critico del pensiero architettonico e la sensibilità della mano d’opera artigiana.

casa EffeVu, ellevuelle, © Simone Bossi

ellevuelle architetti è un collettivo composto da Giorgio Liverani, Luca Landi, Michele Vasumini e Matteo Cavina, con Eleonora Festa, Andrea Cirillo, Giacomo Diolaiti e Chiara Piazza. I componenti del gruppo si sono laureati alla Scuola di Architettura “Aldo Rossi” di Cesena e si confrontano prevalentemente con interventi di recupero in ambito residenziale, produttivo e culturale.
Il loro processo progettuale si fonda sulla volontà di realizzare edifici riconoscibili come parti di un disegno più ampio, capaci di instaurare un rapporto consapevole con il contesto e con il tempo.

È in questa ricerca che si inserisce il concetto di cinetica fossile: una traduzione, attraverso forme e materiali, della sfida dell’architettura al tempo e allo spazio, sviluppata attraverso accostamenti, stratificazioni, ripetizioni e sottrazioni.

Architecture & Crafts è un progetto editoriale di Plazzi srl, a cura di Clelia Nanni